Lavoropiù incontra il Maestro Giorgio Zagnoni

09/10/2014 10:56

Il Teatro Manzoni è a due passi dalla Sede Direzionale di Lavoropiù, nascosto in una traversa di Via Indipendenza, che non rende giustizia alla bellezza dell’edificio. Per la prima volta Lavoropiù sponsorizza una realtà artistica e teatrale di alto livello e cogliamo l’occasione per rivolgere qualche domanda al Direttore, il Maestro Giorgio Zagnoni.

 

Giorgio Zagnoni è considerato uno dei più grandi flautisti di fama internazionale. Ha vinto numerosi e prestigiosi premi e riconoscimenti, tra cui anche l’ onoreficenza di Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana, conferitagli dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel 2003.

 

 

1.         Lei è considerato dalla critica, italiana e straniera, uno dei più grandi flautisti di fama internazionale. Qual è l’ingrediente segreto per arrivare fino a qui?

Molti artisti sostengono che da subito hanno sentito il richiamo della musica.

Nel mio caso è stato un discorso completamente diverso.

Faccio una piccola retrospettiva.

Nasco in un paese che si chiama Porretta Terme, figlio di un barbiere e di una parrucchiera, con una prerogativa: mio padre faceva il barbiere ma era un grande amante della musica e come in tutti i paesi esisteva una banda e lui era il capo banda.

Il sogno di mio padre era far fare al figlio quello che lui non aveva potuto fare, pur avendo una gran passione per la musica.

All’età di 5 anni inizia a insegnarmi il solfeggio. Poi guardando l’organico della banda si rese conto che mancava chi suonava l’ottavino, che è il flauto piccolo. E quale migliore occasione per farlo suonare a suo figlio? Lui suonava il flicorno tenore, che sarebbe il trombone a pistoni, ordina l’ottavino per me e inizia a insegnarmelo.

All’età di 6/7 anni inizio a fare le prime sfilate in paese con la banda e avevo sempre l’incubo di stare al passo, perché per suonare l’ottavino mentre suoni devi leggere il leggio che è fissato sul tuo braccio. E per leggere la musica, tutte le volte che la banda faceva una curva io andavo dritto e mio padre mi correva dietro e mi tirava uno scopaccione.

All’età di 10 anni mio padre mi fa fare l’esame di ammissione al Conservatorio di Bologna. Entrando al Conservatorio tutta la mia famiglia si trasferisce a Bologna e io inizio la mia esperienza in Conservatorio con il flauto classico.

Il mio maestro, Salvatore Alfieri, mi spronava a partecipare a tutti i concorsi. E per la prima volta nella storia del Conservatorio di Bologna il Premio Bagnini fu vinto da un flautista, il sottoscritto.

Parte così la mia nuova avventura col maestro Alfieri, sempre sotto lo stretto controllo di mio padre che aveva deciso che il figlio doveva fare il musicista. Io non volevo studiare e lui mi controllava, io pensavo di fare il furbo ma lui mi beccava sempre.

Poi succede che il mio maestro viene trasferito a Firenze e un giorno viene a casa mia e dice “Io devo andare a Firenze, ma Giorgio voglio diplomarlo io”. I miei genitori però, dopo aver già fatto il salto nel buio da Porretta Terme a Bologna, non potevano permettersi di trasferirsi ancora una volta e per di più a Firenze. Ma il maestro Salvatore Alfieri pagò tutte le spese del mio trasferimento purchè io andassi con lui.

Dopo due anni mi diplomai al Conservatorio di Firenze con il massimo dei voti, 10 e lode, prima volta per un flautista a Firenze.

Fino a quel momento io avevo una grande facilità nel suonare il flauto, ma il mio vero sogno era quello di fare il calciatore.

Quando tornai a Bologna, immediatamente feci un provino con Biavati nei ragazzi del Bologna e fui preso. Quello era il mio vero sogno, la musica la facevo di riflesso. Facevo finta che mi piacesse anche se tutto quello che facevo mi veniva bene, ma io non sapevo perché veniva così.

Durante una partita, però, mi feci male ad una mano e quando mio padre lo scoprì mi vietò di giocare a calcio.

La mia carriera sportiva terminò lì.

Un giorno mio padre sentì per radio che c’era il  “Bando di concorso di primo flauto nell’orchestra sinfonica della Rai di Milano”

Obbedendo al suo volere, andai a Milano accompagnato da mio nonno, un’avventura unica in stile Fantozzi.

E il mattino dopo feci il concorso. La commissione non la conoscevo, ma era formata dai più grandi artisti che c’erano in Italia a quei tempi: Antonino Votto (maestro di Muti), Franco Ferrara (il miglior direttore d’orchestra d’Italia), Franco Caracciolo. I partecipanti erano tutti i primi flauti d’Italia, il primo flauto della Scala di Milano, il primo flauto di Santa Cecilia perché la Rai era una vetrina, era un posto in cui si guadagnava tanto e si lavorava poco e quindi era ambito da tutti.

Feci il primo provino e mi dissero di presentarmi al pomeriggio perché ero passato subito in finale. Alla fine della seconda selezione ci dissero solo che avremmo ricevuto comunicazione scritta dell’esito dell’esame.

Ma la mia curiosità era tanta e contattai Arturo Danesin, primo flauto dell’Orchestra sinfonica di Torino. Mi disse che avevo vinto io il concorso alla Rai di Milano. (Giorgio Zagnoni fu il primo flautista alla Rai di Milano 1965-1975, ndr).

Fino a quel momento la musica non mi aveva ancora fatto innamorare: ero un bambino e avevo altri interessi, non ero ancora stato rapito dalle palline nere. Ero solo il frutto dell’interesse di un genitore.

Vinto il concorso, vado a Milano, inizio l’esperienza alla Rai e improvvisamente nasce in me l’amore per la musica.

Io credo che nella musica sia necessario avere una dote impossibile da studiare o da ottenere in qualche modo… si identifica quando uno dice “guarda che musicalità”.

La musicalità significa che uno deve avere la dote innata di poter in qualche modo trasmettere emozioni attraverso la musica. C’è una frase sul primo testo di scuola del solfeggio: “la musica esprime i diversi sentimenti dell’anima” di Pasquale Bona. In fondo è una banalità, ma è la realtà. Se sei un meraviglioso musicista che non sbaglia una nota, ma non trasmetti nulla, rimani un qualche cosa di estraneo alla musica. E la dote fondamentale per un musicista è madre natura che te la dà, perché altrimenti fai parte di una schiera di musicisti bravissimi senza però nulla da dire.

 

2.         Nella Sua carriera ha svolto importanti tournée, dal Giappone all’Australia, dal Messico alla Russia. Ha tenuto un concerto anche alla Casa Bianca. Quale esperienza è stata la più significativa?

Tutte le sale da concerto che ho avuto la fortuna di frequentare sono ovviamente fra le più prestigiose e fanno parte di un ricordo importante, di emozioni importanti, sono tutte caselle della mia carriera. L’esperienza alla Casa Bianca, proprio perché non è un percorso che nella carriera di un solista prima o poi incontri, è stata la più emozionante.

Ai tempi ero il secondo musicista a entrare alla Casa Bianca, il primo fu scelto da Kennedy ed era Pablo Casals, grandissimo violoncellista.

Avevo 22 anni. Per l’occasione avevano allestito un patio nel giardino con 200 rose donate dal Comune di Sanremo e io dovevo suonare lì. Preso da un mio momento di follia mi rifiutai di suonare all’aperto per un problema di acustica.

Mi fanno capire che non posso permettermi di discutere vista la mia posizione, ma io presi la mia valigetta e mi incamminai verso l’uscita continuando a ribadire di non suonare all’aperto. Ad un certo punto arriva il Presidente Carter. Mi presento, spiego le mie motivazioni, cioè che mi rifiuto di suonare in un giardino senza la minima acustica visto che voglio dimostrare quanto valgo, lui mi ascolta, appoggia le mie motivazioni e mi apre il Teatro della Casa Bianca. Nessuno prima di allora ci aveva mai suonato, il teatro non era mai stato aperto.

Alla fine mi chiesero di autografare il repertorio che ancora oggi è esposto nel museo della Casa Bianca.

 

3.         Il Jazz a Bologna ha origini molto lontane, la città inizia ad appassionarsi verso la fine degli anni 30. Secondo Lei le atmosfere musicali e le nuove tendenze della città di Bologna, continuano a dare il giusto spazio a questo genere musicale?

Da quando ho iniziato a gestire il Teatro Manzoni abbiamo costituito un’Orchestra di nome “Etno Jazz Pan Orchestra” per divertimento. Io ho fatto per molti anni quello che è il repertorio tradizionale ma, la programmazione del Manzoni lo dimostra, io penso che la musica sia bella tutta. E quindi ho ideato questa Orchestra per fare dei percorsi musicali nuovi: dalla musica napoletana a quella brasiliana, dal concerto sul tango, alle musiche rom.

Il jazz a Bologna ha un enorme tradizione che anche grazie all’impegno di Mutti è stato riportato all’attenzione della città, e tuttora lo è. Credo si possa fare anche di più, ma penso che sia un genere musicale  che occupa uno spazio importante.

 

4.         Cosa l’ha spinto a lasciare la realtà dell’orchestra e dedicarsi esclusivamente all’attività solistica?

Mi hanno spinto i fatti. Quando sono entrato in Rai per me era già il coronamento di un sogno neanche mai pensato.

Fu proprio la Rai stessa a chiedermi di fare i concerti da solista e il primo anno feci il primo concerto: il concerto di Jaques Ibert, reputato il concerto più difficile per i flauti.

E dopo ti chiamano da una parte, ti chiamano da un’altra e inizi a prendere coscienza che sei tu e sei da solo.

 

5.         Esiste un brano o un motivo che preferisce sopra a qualsiasi altra cosa?

Non esiste né un brano né un motivo preferito. Esiste un repertorio.

Quello che amo di più è tutto il repertorio legato al ‘700. Come carattere e come sensibilità amo molto l’800, il Romanticismo, ma è un periodo in cui i compositori non hanno dedicato quasi nulla al flauto, perché non era considerato uno strumento particolarmente importante.

 

6.         Dopo aver ricevuto premi di grande prestigio, dal 2008 è Direttore artistico del Teatro Auditorium Manzoni di Bologna e ha dato spazio a molteplici linguaggi artistici della nostra epoca. Com’è l’esperienza?

Dal 2008 sono Direttore del Teatro e da pochi mesi sono Presidente. Bello, interessante, affascinante… Ho dato spazio alle mie idee musicali. Nella programmazione del Manzoni si può vedere Bolle, la Zakharova, si può vedere Liza Minnelli, Micheal Bolton, Brian Adams, etc.

Come dicevo prima l’idea che la musica ci deve stare dentro tutta mi ha sempre accompagnato.

E qui è nata un’altra scommessa: riempire un teatro da 1300 posti, inserirsi dentro un’attività musicale abbastanza consistente come quella della città di Bologna e trovare uno spazio per dire “ci siamo anche noi”. E piano piano abbiamo conquistato una nuova fetta di pubblico, visibilità, persone che non conoscono l’artista ma vengono lo stesso spettacolo.

E stata un’altra avventura complicata, soprattutto perché nei teatri non si guadagna ma si rimette sempre, il più bravo è quello che ci rimette meno. E noi siamo sempre nella situazione in cui l’abilità sta nel trovare uno sponsor in più e una rimessa in meno. Danaro pubblico non ne abbiamo, viviamo solo di denaro privato e far quadrare i conti non è sempre facile.

Lo dissi anche in una conferenza stampa: quando uno torna dall’Africa ha il Mal d’Africa, io ho il Mal  del Manzoni, mi sono ritrovato due tre volte nella situazione di pensare di mollare, ma poi non ce l’ho mai fatta, sono ancora qua.

 

7.         Ci ha dichiarato che la Sua passione per la musica è stata influenzata da Suo padre. E’ stato così anche con le Sue figlie?

Io ho due gemelle e quando erano nell’età di dover fare la scelta di cosa fare da grandi, mi sono sentito molto preoccupato anche se non ho mai voluto interferire più di tanto nella loro vita.

Alla fine sicuramente sono state condizionate da me, ma senza mai dire “fate questo“. È stata una bellissima esperienza avere due figlie che hanno seguito le volontà dei genitori senza che i genitori imponessero le scelte, penso sia il desiderio di qualsiasi padre.

Gli avevo solo detto di “non fare le musiciste” e ovviamente una è diplomata in pianoforte e una in flauto.

Io sono dove sono per volontà di mio padre, non avrei fatto nulla di quel che sono riuscito a fare se non ci fosse stato lui. Loro sono lì per scelta personale senza nessuna imposizione da parte mia… È ovvio che se mi si chiede se sono contento, rispondo di sì.

 

8.         Negli ultimi anni i licei musicali hanno registrato un boom di consensi e iscrizioni, cosa ne pensa di queste realtà?

Non so se al Conservatorio c’è stato un boom di consensi, sicuramente nei Conservatori dove ci sono i Licei Musicali un’attenzione maggiore c’è. Ma il problema non è quanta gente è iscritta.

È giusto avere e dare un’educazione musicale? Io dico sì e in Italia noi non rispecchiamo quello che siamo. Siamo la culla dell’arte e la musica dovrebbe iniziare subito dopo l’asilo nido, per far conoscere gli strumenti musicali. Purtroppo abbiamo scarsa educazione musicale nelle scuole, che necessita di molta più attenzione.

Per quanto riguarda i Conservatori, è bello che ci sia tanta gente che vuole frequentarli, ma cosa offre il panorama musicale a questa gente? Quanti di loro potranno vivere di musica?

Se pensiamo che questa scuola sia una scuola per un hobby, per un arricchimento culturale, evviva. Se da questa scuola, però, vogliamo ricavarne una professione, prima dobbiamo trovare quelle che possono essere le zone di occupazione e poi andare a gioire per l’alto numero di iscrizioni.

Adesso siamo nella situazione in cui dobbiamo far sopravvivere le istituzioni musicali, i teatri, le orchestre perché si stanno chiudendo… A cosa serve quindi avere tanti iscritti al Conservatorio?

Bisogna creare un tessuto musicale, un tessuto occupazionale che in questo momento si sta completamente sfaldando.