Il Professore Leonardo Callegari sulle Politiche Attive del lavoro

22/07/2014 10:57

Può ricapitolare per i nostri lettori il Suo ruolo in CSAPSA, il Suo percorso formativo e professionale e le principali attività da Lei svolte.

Svolgo il ruolo di Presidente di CSAPSA ma prevalentemente di coordinatore dell’area formativa e di referente tecnico e organizzativo su diversi progetti, in particolare con la Provincia di Bologna – servizio Lavoro, rimanendo sul versante dell’orientamento, formazione e inclusione lavorativa e sociale di persone svantaggiate. La mia formazione è inizialmente tecnica, sono un perito meccanico, ma poi mi sono laureato in Sociologia (Scienze Politiche) a Bologna. Successivamente ho fatto diversi corsi di perfezionamento post laurea sul versante della sociologia sanitaria e dell’economia e cooperazione. In particolare, ciò che credo mi sia stato utile, anche per le funzioni che svolgo attualmente, è un corso di specializzazione biennale di Relazioni Industriali e del Lavoro a Bologna. La base formativa tecnica e la successiva formazione umanistica e sociale si sono perfettamente integrate nelle attività che svolgo.

La mia attività lavorativa è cominciata dall’essere Operatore di servizi per i minori, nei primi anni ’80, sviluppandosi poi in coordinamento di progetti di formazione in situazione e del settore di transizione al lavoro in CSAPSA. Io, come quasi tutti gli altri colleghi della cooperativa, non svolgo un’unica funzione distinta dalle altre, ma, contestualmente ai ruoli di rappresentanza rivestiti, continuo a svolgere un’attività specifica sul campo, direttamente a contatto con i destinatari finali.

Nel tempo è andato ad acquisire sempre maggiore importanza il rapporto con le imprese, nell’ambito della formazione in situazione che si basa sull’apprendimento nell’ambito di contesti reali di lavoro.

 

Cosa si intende per politiche attive del lavoro oggi?

Noi agiamo all’interno delle politiche attive del lavoro insieme a quelli che sono i servizi di welfare. Le due cose andrebbero considerate in termini strettamente integrati, il che non avviene sempre. Dentro al concetto di politica attiva del lavoro ci sta la valorizzazione di quelle che sono le potenzialità, le capacità degli individui. Avendo a mente però che il concetto di politiche attive e il concetto di attivazione che lo presuppone, andrebbero interpretati a nostro avviso avendo l’accortezza di considerare senz’altro le risorse dei singoli, che devono essere magnificate, ma consapevoli che i singoli, soprattutto in una fase di crisi economica, occupazionale, produttiva e anche culturale, non sono entità astratte ma sono entità radicate all’interno di contesti (di vita, sociali e di lavoro). Allora il tema dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate è senz’altro riconducibile alle politiche attive del lavoro e ad un concetto di attivazione che fa leva sulle responsabilità individuali e cerca di valorizzare il singolo, senza però attribuirgli una colpa e una responsabilità esclusiva quando non approda ad un esito assuntivo, soprattutto nel momento in cui il lavoro manca per tutti, anche per chi di difficoltà non ne ha.

Avendo a mente la logica dei casi marginali, il concetto di attivazione va senz’altro bene, ma va commisurato e relativizzato soprattutto quando si parla di fasce deboli con determinate problematiche non è sufficiente invocare l’attivazione del soggetto per agire in termini efficaci; perché altrimenti può diventare una grande ipocrisia, soprattutto quando le politiche attive del lavoro non riescono ad integrarsi adeguatamente con i servizi di welfare.

 

Lavoropiù SpA, da qualche anno, ha intrapreso la strada dell’inclusione lavorativa e sociale, investendo risorse ed energie nel progetto A.I.L.eS.. Secondo Lei, la certificazione A.I.L.eS. in che modo può accrescere il valore di un’impresa?

Noi crediamo che sia giusto dare un riconoscimento simbolico per dare pubblica evidenza ai comportamenti socialmente responsabili che vengono testimoniati sul versante dell’inclusione lavorativa e sociale delle persone svantaggiate. In particolare su questo versante, segmento minimale della responsabilità sociale d’impresa e tra i più trascurati, accogliere all’interno di un’organizzazione di lavoro profit una persona disabile o in situazione di disagio è una cartina di tornasole particolarmente sensibile di una responsabilità sociale di impresa non basata sulla destinazione di utili e profitti ad opere di bene. In questo caso parliamo di filantropia, cosa buona e ammirevole, ma non coincidente con la responsabilità sociale di impresa, che va invece considerata come una scelta di politica aziendale e di organizzazione del lavoro che si realizza in comportamenti, anche dei singoli membri dell’impresa.

Il fatto di rilasciare un logo può essere un primo passo per dare evidenza a quelle aziende che possono testimoniare questa capacità inclusiva e poter agire in termini di volano emulativo.

Sappiamo bene che le aziende sono governate da un orientamento prevalentemente strumentale legato alla loro mission. Non possiamo quindi aspettarci che siano enti benefici che agiscono in nome della solidarietà. Riteniamo, però, che andrebbe fortemente considerato il fatto di poter coniugare dei vantaggi per le imprese non solo dal punto di vista simbolico e di conseguenza reputazionale e di immagine, ma anche dal punto di vista economico, ad esempio con incentivi e sgravi dal territorio. A nostro avviso la responsabilità sociale d’impresa dal punto di vista inclusivo potrebbe essere riconosciuta con una posizione privilegiata e con dei punteggi aggiuntivi all’interno di capitolati di gara nella Pubblica Amministrazione.

 

La responsabilità sociale d’impresa è un concetto ampio e spesso sottovalutato o addirittura sconosciuto alle aziende di oggi. Ci aiuta a capirne l’importanza?

È generalizzata una volgarizzazione del concetto di responsabilità sociale di impresa: alcuni riducono la responsabilità sociale di impresa al rispetto della legalità.

Da una ricerca svolta alcuni anni fa dall’Università di Milano-Bicocca, gli imprenditori interpellati riconducevano l’essere impresa socialmente responsabile al fatto di rispettare la legge.

Naturalmente questo non è il concetto di responsabilità sociale di impresa.

Il fatto che si riconduca la responsabilità sociale di impresa ai comportamenti impegna maggiormente le imprese verso scelte che non dovrebbero essere soltanto figurative o di marketing. Un’altra distorsione interpretativa della responsabilità sociale di impresa è che si assumono comportamenti che possono essere considerati socialmente responsabili o si fanno comunicazioni in questa direzione per azioni di marketing che possono accrescere i vantaggi commerciali. Questo è sicuramente un risvolto della responsabilità sociale di impresa, ma non può essere la motivazione principale alla base dei comportamenti socialmente responsabili.

È necessario, quindi, metabolizzare il fatto che l’assunzione di principi di responsabilità sociale d’impresa debba essere in qualche modo interiorizzata nell’organizzazione di lavoro e gli effetti in termini di benefici possono verificarsi non nell’immediato, ma nel medio periodo. Con l’indagine che abbiamo svolto con l’Università di Bologna – Facoltà di Scienze della Formazione abbiamo rilevato che quelle imprese che testimoniavano comportamenti socialmente responsabili sul versante dell’inclusione erano anche organizzazioni in grado di uscire relativamente indenni dalla crisi economica. Allora può anche essere che chi riesce a dimostrare responsabilità sociale d’impresa sul versante dell’inclusione è perché ha un’organizzazione del lavoro capace di affrontare le sfide di un periodo critico, come quello attuale.

 

Secondo Lei, perché un’azienda dovrebbe includere al suo interno risorse disabili o svantaggiate?

Credo che l’azienda innanzitutto debba dare una risposta a una domanda…

Noi pensiamo sempre che le persone disabili o svantaggiate che chiedono di lavorare provengano dall’esterno, dimenticandoci invece che è molto frequente che le persone che costituiscono l’impianto organico dell’impresa, anche ad alti livelli, possono vivere momenti, per sfortunate contingenze (personali, familiari, di salute, incidenti ecc.) che portano ad una condizione di disabilità.

Le risorse umane in un’impresa hanno un grande valore, certo quelle forti e produttive offrono spinta e valore aggiunto all’attività e necessitano di essere motivate e di sentirsi parte dell’azienda per esprimere il massimo di se stessi.

Potrebbero essere maggiormente motivate e sentirsi maggiormente parte dell’impresa se a fronte di eventuali contingenze sfavorevoli non vengano buttate fuori dall’azienda ma possano trovare un supporto, una collocazione.

Quindi, un’organizzazione del lavoro pronta anche a questa eventualità valorizza le risorse umane e le conserva anche nei momenti di difficoltà. Questo può creare movimenti di investimento, di commitment che poi si traducono in minore conflittualità, maggiore motivazione al lavoro e, se vogliamo, anche maggiore produttività.

Allora forse le organizzazioni in grado di assorbire un quantum di inefficienza interna sono quelle che riescono a reggere meglio le turbolenze del mercato, perchè hanno una cultura che non è solo produttivistica.

 

Quali sono le principali difficoltà che incontra quando tenta di diffondere una cultura di impresa aperta alla diversità e disponibile a ricomprendere risorse deboli?

Le difficoltà sono quelle tradizionali: l’inclusione lavorativa viene percepita come un costo, come scarsa produttività, diminuisce l’efficienza, le aziende non possono esporsi perché sono in difficoltà nel mantenere i dipendenti già presenti.

Non sono molte le aziende che si dispongono naturalmente per una vocazione solidale ad accogliere le persone svantaggiate. La disponibilità spontanea spesso nasce dalla sensibilità dell’imprenditore che, anche inconsapevolmente, si fa carico della persona svantaggiata, perché magari sua conoscente. In questi casi non viene nemmeno riconosciuto come comportamento virtuoso perché è quasi una scelta personale del titolare, una scelta di dovere civico.

Questi comportamenti mostrano forse la parte migliore della nostra imprenditoria che non accoglie persone svantaggiate per un ritorno o per un interesse secondario, ma lo fa con una logica non economicistica, ma di responsabilità sociale.

Il Prof. Michele La Rosa, sociologo del lavoro, dice che le imprese non sono solo soggetti economici al di fuori della società. Sono socialmente responsabili nella misura in cui c’è una richiesta, un’aspettativa proveniente dalla società, di fronte alla quale l’azienda può reagire positivamente.

Ma aldilà del fatto che sono soggetti prevalentemente economici, quindi che sono guidati da una razionalità strumentale secondo una logica di scambio, ci sono elementi di socialità all’interno.

 

Alla luce della Sua specializzazione universitaria e delle attività che svolge con passione da anni, quali strade ipotizza per il futuro e la ripresa dell’imprenditoria italiana?

Non so dare una risposta.

Da quello che vediamo c’è una grande aspettativa verso l’economia green e su cui anche noi orientiamo lo sguardo per capire se ci possono essere delle opportunità.

Un movimento su quel versante lo vediamo. Una ripresa è auspicabile in termini compatibili con l’ambiente.