Federico Poggipollini per Lavoropiù!

21/07/2014 11:01

Federico Poggipollini, classe 1968, è un chitarrista e cantautore italiano nato a Bologna. La sua carriera è costellata di prestigiose collaborazioni… All’età di 22 anni entra a far parte dei Litfiba. Nel 1994 diventa componente ufficiale della nuova band di Luciano Ligabue. Nel 1998 esordisce come cantante solista, realizzando il suo primo CD “Via Zamboni 59″e accompagnato dalla sua band, i KKF, svolge attività Live in Italia e all’estero partecipando a numerose trasmissioni televisive. Finora ha pubblicato 3 album da solista, l’ultimo nel 2009.

Federico è stato ospite di Lavoropiù in occasione della Convention di Natale 2013. Si è esibito in un concerto live con la sua band: Giorgio Santisi al basso, Ivano Zanotti alla batteria e Alberto Linari alle tastiere.

 

 

 

 

4 aggettivi che ti descrivono.

Penso che i 4 aggettivi che mi descrivano al meglio siano entusiasmo, passione, costanza e disciplina.

 

Quando eri bambino cosa volevi fare da grande? Quando hai deciso che nella vita avresti fatto il musicista e il cantautore?

Quando ero bambino ero assolutamente attratto dal palcoscenico in tutte le forme. Forse deriva da un ego che va un po’ oltre, un po’ smisurato.

Ho deciso di fare il cantautore quando ho capito che la musica era il veicolo giusto per me. Quando sei bambino puoi decidere quali compagnie frequentare, potevi scegliere le persone che ti stavano accanto, e io venivo attratto sempre dalla compagnia dove si parlava di musica. Non era solo la musica parlata, ma anche la musica legata alla passione di uno strumento musicale, quindi legata a persone che suonavano.

E ho deciso di intraprendere questa carriera solo quando ho capito che potevo guadagnarci. Avrei potuto continuare a farla per passione personale, come tanti miei amici, però un giorno ho capito che poteva essere anche un guadagno. Ho dovuto convincere i miei genitori, soprattutto mio padre, perché non era d’accordo, e non lo è ancora, ma soprattutto in passato lo era ancora meno visto che non lo vedeva come un lavoro che ti potesse garantire un futuro.

 

Qual è la parte più faticosa o quella che ti piace meno del tuo lavoro?

Le prove mi piacciono molto, gli spostamenti negli ultimi anni li inizio ad accusare. Soprattutto la perdita di tempo nei viaggi, per la famiglia, ma anche un po’ per la noia perché mi sposto tantissimo in treno e le tratte sono veramente lunghe.

 

Tra tutti gli artisti con cui hai lavorato in carriera, con quale artista hai collaborato più volentieri?

Le esperienze che ho fatto e continuo a fare, per fortuna, sono le più durature e sono Ligabue e i Litfiba. Continuo a collaborare e la forma di collaborazione mi piace molto, mi metto in gioco in maniera diversa perché cerco di ascoltare e di capire, di prendere informazioni da persone che non hanno il mio background.

Quindi è un grande stimolo per me e credo di avere suonato con quasi tutti, non ce n’è uno in particolare. Sono una persona che non ha pregiudizi.

Mi è capitato di suonare con Caparezza e per me lui è un grandissimo artista, non so se per tutta la vita suonerei con lui, però mi piace il fatto che per un periodo della mia vita abbiamo collaborato insieme. La mia missione era quella di riuscire a entrare dentro il suo mondo. Ho la fortuna di scegliere con chi collaborare, non lo faccio in maniera forzata, le scelte che faccio sono pensate e valutate e quando decido di farle ci metto tutta l’anima.

 

Come riesci a conciliare la tua carriera di rockstar e il tuo ruolo di padre e compagno di vita?

La mia carriera da rockstar ormai è finita 7 anni fa. Sono stato per anni uomo immagine di Guitar Hero, perché mi interessava che chi si approcciasse a Guitar Hero potesse ascoltare dei classici scelti da noi. Era una sorta di regalo legato alla mia cultura musicale e metterlo in un gioco dove l’apprendimento era diverso è stato secondo me una bellissima forma di cultura.

La rockstar però penso ancora di esserla, ma in maniera diversa. Torno alle 3 o 4 di notte e alle 7 sono sveglio, non dormo più fino a mezzogiorno.

 

Il panorama della musica italiana oggi è sufficientemente variegato oppure manca qualcosa?

C’è tantissima musica in Italia per fortuna, anche all’estero, ma in Italia c’è molto fermento.

Moltissime band che suonano cercano di portare avanti un loro progetto e la cosa che manca assolutamente da parte dei media più grossi è quella di dare lo spazio e la possibilità agli italiani.

E soprattutto di trovare, secondo me, un piccolo spazio, uno spazio costante a quello che è il background, il background dell’underground.

Cioè tutto quello che è legato al sottobosco, perché per me è da li che vengono fuori caratteristiche che sono diverse e più pure di quelle tradizionali che devono funzionare per forza. Nelle cose più pure c’è sempre della genialità secondo me e manca quel tipo di spazio perché c’è tanta musica e tanta arte nel sottobosco.

 

La canzone che ti rappresenta?

London Calling. I Clash per me sono un gruppo fondamentale. Un gruppo che partendo dal punk ha portato avanti tanti generi inventando tantissimo a livello musicale, naturalmente prendendo spunto dai classici della musica. Hanno creato la novità e sono diventati un punto di riferimento nel mondo musicale.

London Calling mi rappresenta perché l’ho ascoltata in vinile tantissime volte in età adolescenziale e mi vengono i brividi ancora adesso ad ascoltarla.

 

Il concerto più bello che hai fatto?

Di concerti belli ne ho fatti tanti, ma il concerto che mi ha appagato di più è il concerto che ho fatto all’Arena di Verona nel 2008 con l’orchestra dell’Arena di Verona e Ligabue, dove lì per la prima volta mi sono trovato a suonare un concerto intero con un’orchestra.

Mi sono approcciato a un mondo totalmente diverso dal passato. Già l’Arena di Verona di per sé ha un fascino incredibile e in più avevo degli spazi musicali dove interagivo in maniera molto diretta con l’orchestra ed è stato un esperimento molto riuscito.

Furono 7 concerti e di quella settimana ho un ricordo meraviglioso proprio per il tipo di empatia che si era creata tra me e il contesto storico in cui mi trovavo, ma anche con il gruppo e l’orchestra.

 

Hai un portafortuna o un rito prima di salire sul palco?

Ho vari portafortuna… un anello, un foulard. Sono piccole cose che ogni volta devo avere, è una sorta di scaramanzia, ma se non le ho non succede niente.

Un rito ce l’abbiamo tutti, prima di un concerto diciamo una cosa tutti insieme per caricarci e unirci.

 

Visto che sei reduce dall’esperienza di X-Factor, cosa ne pensi dei talent show?

Non voglio fare quello che “se la mena troppo”… io credo che i cantanti che raggiungono la vetta grazie a un talent show debbano affrontare la musica in maniera diversa dagli altri.

Il talent show è un grandissimo trampolino di lancio, però per me è importante che si parli di musica al di là di quello che sta dietro a un talent televisivo.

Il talent show è una trasmissione che arricchisce chi la guarda perché dà informazioni e allo stesso tempo si ascolta musica. Quindi il fatto che sia una cosa che funzioni a me fa solo piacere.

 

Hai un gruppo italiano che ti piace?

Molti gruppi italiani mi piacciono. Un gruppo che mi piace molto, è un gruppo underground che ha sempre seguito una sua onda spostandosi da quella che è la canzone tradizionale italiana, sono i Verdena. Conosco solo la bassista, ma non ho mai suonato insieme a loro, è un gruppo che effettivamente non ha un suono italiano, e questo non è per forza un bene.

Sono riusciti a formulare il genere di musica americano e inglese in una chiave italiana, dando meno importanza forse alle parole, ma togliendosi dalla tradizione del nostro Paese.

Un esperimento ben riuscito con canzoni veramente importanti.

 

Grazie Capitan Fede!