“Fare ordine attraverso la conoscenza applicata” – Giovanni Ciafré intervistato da Lavoropiù

13/10/2015 10:40

Giovanni Ciafrè, docente di Analisi Finanziaria e Piani Aziendali presso l’Università Politecnica delle Marche, docente Luiss BS nelle tematiche Marketing & Finance e docente senior della Academy FAV di Bologna, collabora con Lavoropiù nella progettazione e realizzazione di percorsi formativi aziendali.

 

 

 

 

1. Iniziamo dalla Sua storia personale, chi era Giovanni Ciafré prima di diventare un professore? Quali erano i suoi sogni? Le sue aspirazioni?

 

 

 

Uscito dall’università non avevo un’idea precisa di quello che sarebbe stato il mio percorso, ero desideroso di misurarmi con il mondo del lavoro e applicare le conoscenze acquisite durante gli anni di studio. Ciò che mi aspettavo era di trovare un mondo somigliante a quel cosmo ordinato che avevo trovato nei libri. Mi si è invece parato davanti un mondo più simile ad un grande caos. Tutto ciò inizialmente mi ha sconvolto, mentre ora è diventato il motivo fondamentale di tutta la mia attività: fare ordine attraverso la conoscenza applicata.

 

 

 

 

2. La formazione: accademia e impresa stanno imparando a dialogare sempre più strettamente, ma siamo ancora ben lontani dalla stretta collaborazione presente negli Stati Uniti o in Giappone, per fare solo due esempi. Quando ci arriveremo? Che cosa ha rallentato nei decenni questa interazione?

 

 

 

Non credo che la nostra strada debba essere necessariamente quella già percorsa da altri; il nostro contesto culturale ed il nostro tessuto imprenditoriale sono diversi da tutti gli altri e quindi devono trovare una sintesi personale. Per quanto riguarda il motivo della distanza tra accademia e impresa le ragioni sono varie ed alterne nella nostra storia, a volte l’accademia non si è rivelata all’altezza dell’impresa, altre l’impresa non è stata disponibile ad accettare il supporto dell’accademia. In un certo senso questa dialettica è un aspetto fondante della nostra storia culturale e spirituale. Ciò che auspico non è tanto l’incontro tra la teoria e la pratica, bensì la rinascita di una cultura tecnica che si sviluppi in seno alle stesse imprese, proprio com’è accaduto all’interno delle navi, delle botteghe, delle gilde, delle associazioni e di tutti quei centri di aggregazione che hanno segnato la storia produttiva dell’occidente.

 

 

 

3. Nell’ottica del marketing, per produrre ricavi e utili è necessario analizzare il mercato. L’analisi del mercato consente di dare una forma e definire il mercato circostante, in altre parole di misurarlo. Quanto è importante quest’analisi per un’azienda?

 

 

 

Non so con certezza quali sono le attività prioritarie per ogni impresa; sono sicuro che ogni impresa debba essere redditizia, solida e liquida. Alcune aziende, sempre più spesso, per raggiungere queste condizioni, hanno bisogno di porsi degli obiettivi collegati al miglioramento nel mantenere o sviluppare il proprio portafoglio clienti. Quando questo accade l’impresa diventa bisognosa di marketing e cioè deve analizzare, capire e prendere possesso del proprio mercato. Ancora una volta vorrei porre l’accento sulla commistione necessaria tra il momento riflessivo e quello operativo. L’attività commerciale senza una strategia di marketing è cieca, mentre la strategia, senza una concreta e quotidiana applicazione, è una pura astrazione.

 

4. Secondo la Sua esperienza che cosa manca oggi all’imprenditore italiano? Quali sono invece i punti di forza di maggior valore su cui dovrebbe focalizzarsi un imprenditore per avere successo?

 

 

 

 

 

Credo che questa domanda meriti un’attenzione particolare in quanto è il residuo di una concezione dell’impresa, e soprattutto dell’imprenditore, che va superata. È nella storia e ormai nei geni degli operatori della formazione e della consulenza la tendenza a presupporre di dover colmare le deficienze che le imprese hanno e di cui l’imprenditore non si avvede. In questo modo, il regime dei discorsi che si è affermato nelle nostre menti soffre della presuzione che consulenti e formatori conoscano l’impresa meglio dell’imprenditore. Egli, in realtà, è l’unico che sa quali sono le priorità all’interno della sua organizzazione e quali le mancanze; la consulenza e la formazione devono avere in realtà l’obiettivo di fornirgli gli strumenti per sviluppare il valore là dove egli sa che si trova. Per questo motivo la domanda non è più cosa manca all’azienda, ma cosa l’azienda ha da valorizzare.

 

 

 

5. Durante un incontro promosso da Renner Italia, ha parlato di capitale immateriale. Può spiegare di che cosa si tratta?

 

 

 

A proposito di quanto detto in precedenza posso affermare che Renner sa bene dove è riposto il suo valore. Una parte del valore di questa azienda sta proprio in quello che genericamente viene chiamato capitale immateriale. Tale concetto è estremamente ampio; a prescindere da definizioni di tipo strettamente finanziario, marketing oriented o giuridico, credo che il capitale immateriale sia una specifica disponibilità dell’impresa a fare emergere il proprio valore al di là di quello che gli stakeholders percepiscono in modo immediato. Il capitale immateriale, in questo senso, non è un valore numerico, una forma giuridica o uno strumento di pressione, bensì lo sforzo ininterrotto di materializzare idee, valori, capacità, conoscenze, proteggerle e metterle nelle condizione di generare fatturato e utili.