A ruota libera

20/03/2015 10:49

Il Made in Italy torna a casa.

 

Il fenomeno non ha ancora le dimensioni degli USA, ma sta crescendo anche da noi. Così riparte la manifattura italiana.

 

Cambio di rotta? Inversione di tendenza? “Il grande ritorno”? Chiamiamolo come piu ci piace. Sta di fatto che sta accadendo sul serio: le aziende italiane hanno deciso di riportare nel paese di origine tutta o parte dell’attività di produzione che era stata precedentemente localizzata in paesi esteri.

 

Gli economisti lo chiamano re-shoring o backshoring, termini inglesi che sembrano funzionare anche in Italia.

Chi era scappato oltre confine, talvolta, torna a casa. Ovviamente non tutti coloro che se ne sono andati ritorneranno, infatti e un fenomeno ancora contenuto, ma può essere il segnale di una inversione di tendenza.

Su 376 casi di studio, l’Italia si colloca al secondo posto in classifica (con 79 aziende) dopo gli USA. Quindi, se lo fanno loro, perché non possiamo farlo noi italiani, che peraltro abbiamo una ben più solida tradizione manifatturiera?

 

Ma qual e il vero motivo per cui si sta verificando questo fenomeno? Davvero il nostro Paese si e lasciatoalle spalle i suoi problemi di pressione fiscale abnorme, burocrazia opprimente, infrastrutture carenti che le aziende sono pronte a tornare?

Questa e la domanda che ci ha posto Fabio in un freddo pomeriggio di gennaio… pero bisogna prima fare un passo indietro.

A partire dagli anni ’60, gli Stati Uniti hanno cominciato a sperimentare per primi il fenomeno della delocalizzazione produttiva per procurarsi vantaggi di costo.

Nella meta degli anni ’70 anche Regno Unito, Francia, Germania e Danimarca hanno iniziato con la delocalizzazione delle attività manifatturiere.

L’Italia invece si e affacciata con ritardo sulla scena internazionale.

 

Negli anni ’90 il nostro paese ha cominciato a subire la forte concorrenza da parte degli altri stati che avevano già rilocalizzato la loro produzione nei paesi a basso costo del lavoro riuscendo così a realizzare una pesante concorrenza di prezzo negli stessi mercati di sbocco delle nostre imprese.

 

In questa situazione le imprese italiane hanno cominciato a spostare gradualmente l’attenzione verso i paesi esteri caratterizzati da un costo del lavoro più basso di quello in Italia. La strategia di internazionalizzazione quindi si modifica: non è più di tipo commerciale, ma interessa il processo produttivo che viene totalmente o parzialmente delocalizzato al di fuori dei confini nazionali.

Si tratta di un processo in base al quale gli imprenditori spostano le fasi “labour intensive” del processo produttivo verso Paesi in cui la manodopera non specializzata e presente in grande quantità e a basso costo: in questo modo riescono ad abbassare i costi di produzione mantenendo immagine e qualità del prodotto e rimanendo competitivi sui mercati internazionali.

 

Ufficio marketing: “E oggi cosa e cambiato?”

 

Fabio: “Oggi i consumatori hanno maggiori conoscenze, sono più informati rispetto al passato. Non si accontentano più del fatto che solo l’ultima fase di produzione sia fatta in Italia per essere considerati “italiani”. Il cliente pensa: sedevo comprare un prodotto Made in Italy, voglio che sia fatto interamente in Italia.”

 

Ufficio marketing: “Quindi le imprese stanno tornando a produrre in Italia o nei paesi vicini perché il costo del lavoro non e più abissale tra Italia e paesi esteri, o perché il

mercato richiede il vero Made in Italy?”

 

Fabio: “Tornare in Italia, per lasciare i paesi a basso costo del lavoro, si puo fare solo perché il premium price espresso dal Made in Italy e non soltanto garantito, ma perfino sollecitato, dagli acquirenti.”

 

Negli ultimi quindici anni, per l’Italia, si contano settantanove operazioni di back-reshoring: ventotto dalla Cina, dodici da Paesi asiatici (non la Cina), ventidue dall’Europa dell’Est e dalla Russia, tredici dal resto d’Europa, una dal Sud America, una dal Nord Africa e due dal Nord America.

 

Per l’Italia, vanno aggiunti dodici casi di near-reshoring: di questi dodici, dieci sono consistiti nell’uscita di Paesi asiatici. In tutto si tratta di novantun casi. Non e una pandemia, ma si tratta di un fenomeno fisiologico che inizia a imporsi anche nel nostro Paese.

 

Le motivazioni che hanno indotto gli imprenditori a chiudere stabilimenti “là” e ad aprirne di nuovi “qua” sono varie, in primis la riduzione dei costi della logistica.

I costi del lavoro aumentano ovunque, anche in Cina. E lo stesso si può dire dei costi della logistica: crescono i costi del trasporto fisico delle merci, dello stoccaggio e dell’anticipazione dei tempi di invio dell’ordine. Al giorno d’oggi poi c’e una maggiore flessibilità degli ordini e di conseguenza nelle dimensioni: i cinesi considerano come misura minima per le spedizioni il container, chi ha bisogno di lotti più piccoli si trova in difficoltà.

 

Per tutti questi motivi produrre cosi lontano risulta molto meno conveniente che in  passato.

Due esempi che hanno fatto scuola sono Ikea, che per alcune componenti di arredo si e spostata da fornitori del sudest asiatico a fornitori italiani (near-reshoring).

Fuori Italia, invece, e noto l’esempio del colosso dell’abbigliamento Zara che ha riportato in Portogallo alcune produzioni. Uno dei motivi e nell’accelerazione che ha subito il mercato. Anche se si tratta di abbigliamento relativamente economico, Zara modifica spesso le sue collezioni, più di quanto non avvenisse un tempo. Con l’accelerazione del mercato produrre milioni di capi in Cina e diventato poco conveniente perché i tempi di trasporto con le navi sui mercati dell’Occidente sono troppo lunghi per consentire un ricambio dell’offerta.

Altre aziende pero, fanno questa scelta per il cosiddetto “effetto Made in”, ovvero puntano sulla maggiore qualità dei prodotti realizzati in Italia, perchè e il mercato a chiederlo.

Il fascino ritrovato del Made in Italy ha fatto da trainante al fenomeno del reshoring italiano. I nouveau riches asiatici sono oggi disposti a spendere se il prodotto e artigianale o comunque realizzato del tutto in Italia, e il valore aggiunto del nostro Paese.

 

Ufficio marketing: “Quindi la Cina può salvare il Made in Italy?”

 

Fabio: “Più che salvare il Made in Italy, diciamo che l’Italia vanta competenze preziose nel campo del lusso e della manodopera, ed e quindi finita nel mirino di uno shopping orientato ad acquisire quel know how che alla Cina manca per migliorare le fasi della catena produttiva.”

 

La Cina, dagli inizi degli anni ’90, ha rappresentato nell’immaginario degli imprenditori il paese con il più basso costo di manodopera. Oggi invece e principalmente un mercato per i prodotti italiani.

Oltretutto, e un giro d’affari imponente: secondo le stime, il mercato del lusso in Cina ha fatturato 40 miliardi di euro l’anno scorso.

 

I consumatori cinesi che se lo possono permettere ci tengono ad avere beni “Made in Italy” o “Made in France”.

Al cinese ricco e raffinato che acquista un bene di lusso non fa piacere scoprire che e stato prodotto vicino a casa sua. In quel prodotto lui vuole sentire il profumo dell’artigianato.

Per questo l’asset da valorizzare di piu e quello della manifattura Made in Italy che attrae come status symbol i consumatori da tutto il mondo. Ricordiamoci che il

Made in Italy è il terzo marchio più prestigioso al mondo e va salvaguardato, soprattutto nell’ottica del reshoring manifatturiero.

 

Gli imprenditori hanno deciso di investire o tornare nel nostro Paese perche hanno trovato competenze d’eccezione, manodopera specializzata e/o condizioni estremamente favorevoli.

Marchi noti che hanno creduto nell’eccellenza meccanica e nella tecnologia del packaging italiane sono Lamborghini che e tornata in Emilia Romagna e Philip Morris a insediarvisi, Rolls Royce ha scelto il distretto campano dell’aerospazio e l’efficienza lombarda ha indotto Lindt a puntare sullo stabilimento di Varese.

Tra i settori più interessati ai rimpatri ci sono stati l’abbigliamento e l’arredamento, due punte di diamante del Made in Italy.

Per queste ragioni il ritorno del figliol prodigo industriale riguarda soprattutto i marchi del lusso e dell’alta moda.

Infatti, non dobbiamo dimenticare che l’Italia è l’unico Paese al mondo ad avere una filiera completa del tessile-moda abbigliamento, composta da oltre 50 mila imprese.

 

Ufficio marketing: “Cosa si dovrebbe fare dal punto di vista politico per incentivare i ritorni?”

 

Fabio: “Bisognerebbe fare quegli stessi interventi di politica industriale necessari a rendere piu attrattivo il Paese per gli investimenti: semplificazione amministrativo-burocratica, incentivi fiscali, certezza dei tempi della giustizia.

In piu, nello specifico, occorre tutelare il Made in Italy con un apposito marchio e applicarlo ai prodotti che prevedono almeno tre fasi produttive in Italia.

Non e una passeggiata. Anzi, a volte e molto complicato perche chi ha chiuso in Italia deve ricreare una squadra, ristabilire rapporti di fornitura e, soprattutto andare

alla ricerca del know how perduto al momento della delocalizzazione. Non e certamente una decisione che si prende dall’oggi al domani.

Pero chi e rientrato o vuole farlo, sia nella meccanica sia nella moda, e spinto dall’accoppiata velocita-qualita.

C’e speranza sulla resistenza e sul rilancio dell’industria tricolore. Il Made in Italy piace perche e sinonimo di pregio, nell’abbigliamento come nella meccanica, e il

cliente ha sempre piu fretta.”